Tintoretto - Un Ribelle a Venezia

Film 2019 | Arte, Documentario

Anno2019
GenereArte, Documentario
Regia diGiuseppe Domingo Romano
Uscitalunedì 25 febbraio 2019
TagDa vedere 2019
DistribuzioneNexo Digital
MYmonetro Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Giuseppe Domingo Romano. Un film Da vedere 2019 Genere Arte, Documentario 2019, Uscita cinema lunedì 25 febbraio 2019 distribuito da Nexo Digital. Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Un artista geniale, attaccato alla sua terra natia.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 4,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
ASSOLUTAMENTE SÌ
La voce intensa di Stefano Accorsi racconta Tintoretto in un film che lancia un bel segnale, poetico e pratico.
Recensione di Rossella Farinotti
giovedì 21 febbraio 2019
Recensione di Rossella Farinotti
giovedì 21 febbraio 2019

Tintoretto si ispirava per i disegni e le forme a Michelangelo, per i colori a Tiziano. Due nomi che hanno fatto la storia – non solo quella dell’arte – e che Jacopo Robusti, detto il Tintoretto perché figlio di un tintore di tessuti, ha studiato e frequentato, nel caso di Tiziano, in bottega. Quando l’allievo supera il maestro non è mai semplice: la competizione e la rivalità tra Tiziano e Tintoretto a Venezia crescono, facendo acuire la furbizia del più giovane che, per vincere i concorsi con lo scopo di decorare i luoghi più preziosi della sua città e lasciare il segno, anche a costo di farlo senza remunerazione di denaro, riesce a piazzarsi dove vuole, ultimando anche pareti e soffitto della Scuola Grande di San Rocco, il suo lascito artistico più imponente, ricco e speciale.

Tintoretto. Un ribelle a Venezia è un film importante sulla figura di un artista talentuoso, irriverente ed energico che deve essere ancora un po’ scoperto e riconosciuto.

La Scuola Grande di San Rocco è un luogo che ancora in pochi conoscono, racconta l’appassionata Melania Mazzucco, ideatrice e autrice del film diretto da Pepsy Romanoff. La scrittrice narra la vita e l’incessante lavorìo di Tintoretto tra le strade e l’archivio di Stato di Venezia, restituendo al pubblico dettagli della vita privata e del carattere del pittore, personaggio impetuoso e determinato, e del momento storico e sociale in cui l’Italia versava.

Tintoretto rappresenta il reale sia nelle forme, che nelle espressioni e nei colori. Toni cupi, grigi, pennellate perfette, che appaiono in movimento anche una volta fissate sulla tela; velature energiche che delineano gli episodi rappresentati mai in maniera ordinaria, ma con un’umana e quasi ossessiva attenzione verso i protagonisti.

Gente semplice, vera, che Tintoretto osservava per le strade, nei negozi, nelle taverne… per poi renderli protagonisti di scene in cui la narrazione non risulta mai canonica, quasi spiazzante. “L’ultima cena” (1547), quella racchiusa nella chiesa di San Marcuola, è quasi caotica, i personaggi sono difficili da riconoscere e Gesù non pare neppure protagonista, forse per l’inquadratura della tavola, per la prima volta mostrata in verticale e non frontalmente al fruitore.

Non un gioco da poco, ma una rivoluzione stilistica. E così anche per “Le nozze di Cana”, o “Susanna e i vecchioni” dove, spiega lo storico Frederick Ilchman, Tintoretto fa assumere alla protagonista una consapevolezza fino ad allora mai rappresentata su un volto femminile. Sono le immagini di Tintoretto che raccontano: lunghe e dettagliate inquadrature sui dipinti e le creazioni del pittore veneziano rendono il film denso e senza elementi ricostruiti. Non è necessario. Bastano i volti e i gesti ritratti.

E poi c’è la voce narrante di Stefano Accorsi che, come Tintoretto, risulta un artista intenso. Basta quella Venezia stranamente vuota e silenziosa, che ricorda quella della peste vissuta da Tintoretto che, mentre il contagio dilagava, lui combatteva dipingendo. La pittura, infatti, era la sua arma: per il popolo, per la sua città, contro le istituzioni e l’ordinarietà. Quella canonicità combattuta da altri grandi che da Tintoretto non hanno potuto prescindere, da Goya al Greco, da Rembrandt a Bacon, fino a toccare il cinema, come cita anche Michel Hochmann, storico francese che, sotto lo straordinario soffitto di San Rocco, paragona i tagli di scena di Tintoretto – mai rigorosi, ma dove elementi scomodi, come le viste dei soffitti, dei dettagli brutti, fino alle strane angolature, diventano protagonisti – a quelle di Orson Welles, che giocava mettendo alla prova lo spettatore, obbligandolo a guardare da altre prospettive.

Tintoretto punta il dito e obbliga il suo pubblico a osservare le cose da prospettive nuove. Indica dettagli, storie e personaggi a cui nessuno aveva dato importanza, con uno stile perfetto e riconoscibile tra chiese, palazzi e anche pezzi all’interno di collezioni private come quella di David Bowie, più volte citato nel film perché fan dell’artista di fatto riscoperto negli Anni Ottanta. Il film lancia un bel segnale, poetico e pratico: la produzione del film ha reso possibile anche il restauro di due capolavori di Tintoretto – di cui seguiamo gli scrupolosi passaggi – “Maria in meditazione” e “Maria in lettura” (1582/83) che presto andranno in viaggio verso Washington, per una mostra alla National Gallery.

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